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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


18 ottobre 2010

Dimenticare la politica

 

Goffredo Bettini, sul manifesto di venerdì scorso, ha ribadito che bisogna “allargare il campo”, e che serve, per fare questo, un leader quanto più lontano dalla sinistra e dalla politica. Bersani e Vendola facciano un passo indietro, dice il king maker veltroniano, perché siamo all’emergenza antiberlusconiana. Non avendo espresso una vocazione maggioritaria, non ci resta che incoronare il tecnocrate più amato dagli italiani per porlo alla guida di un governo che operi in una “legislatura costituente che metta mano alle regole, che dia ordine ai conflitti di interesse, riequilibri i poteri, faccia una nuova legge elettorale e alcuni provvedimenti per la crescita e per le fasce più deboli”. Un governo guidato da un tecnico, ma per fare cose politiche, anzi politicissime. Dopo di che, a risultato raggiunto, arrivederci a tutti e ognuno per la propria strada.

Ho stentato a credere a quel che leggevo. Tutto l’intervento si regge sull’equivoco di fondo che, per fare cose democratiche e di sinistra, in Italia sia obbligatorio affidarsi a un uomo lontano dalla politica; che per rilanciare la politica a tutto tondo la si debba accantonare, dimenticare, svilire, quasi vergognarsene, riducendo la questione alla scelta di un leader purchessia, di destra, sinistra, non-destra, non-sinistra, sopra o sotto non importa, pur ché sia amato e alto nei sondaggi, e il meno possibile contaminato dai partiti e dal Parlamento. A Montezemolo o a Draghi (o perché non a Ben Bernanke, un eccellente Papa straniero) si richiederebbe di assumere deliberati essenziali sugli equilibri istituzionali, sulla crescita economica, sulle povertà, sulle emergenze sociali, come se si trattasse di spingere un bottone rosso sulla plancia e questa decisione dipendesse solo da “calcoli” matematici, algoritmi, derivate ed integrali. Una cosa fredda, antipolitica, insomma, per sciogliere nodi di natura politica. La politica, anzi, sarebbe quasi da freno, un intralcio, una bella rottura di scatole. Così la sinistra. Non è solo un equivoco, questo di Bettini, è un vero e proprio salto logico, di cui non mi meraviglio nemmeno più.

Che si vada verso la liquidazione della politica (con quel che comporta: allontanamento di responsabilità, scelte, coraggio, competenze, critiche, possibile impopolarità) lo testimonia anche l’atteggiamento di alcuni nostri uomini politici più radicali, che hanno sfilato nel corteo FIOM quasi cucendoselo indosso, pur di ghermire l’unica cosa che oggi sembra contare davvero: il consenso. Vallo a spiegare che il compito della politica non corrisponde né si esaurisce nel bagno di folla, nel presenzialismo da corteo, negli slogan. Eppure per taluni, per una sinistra che forse non ha mai creduto storicamente alla politica come confronto, dibattito, anche scontro purché sulle cose e sulle soluzioni da offrire ai problemi, tutto si riduce a esprimere messaggi oratori, in mezzo ai lavoratori che (legittimamente, si badi, e meno male che il corteo è riuscito) sfilano pacificamente manifestando delle concrete rivendicazioni.

Anche qui, in fondo, si cerca il Papa straniero. Non è Montezemolo, ma è Landini della FIOM. Non è la tecnocrazia ma il sindacato. Quasi riproponendo una specie di collateralismo alla rovescio, tipico di questi tempi politici bui, solo rivendicativi, solo curiosi degli interessi di parte o di categoria, senza più lo spirito e la cultura di proporre un messaggio alto, di governo, nazionale, che badi al solo risultato che conta davvero: rilanciare lo sviluppo del paese, tutelare i più disagiati, promuovere equità ed uguaglianza, potenziare la formazione e la scuola. E invece si propone ancora una politica debole, ‘squagliata’ sulle forze sociali, affidando il compito di fare cose politiche, appunto, al tecnocrate di turno, che nel desiderio dei più oggi è Montezemolo, domani chissà. E poi, a cose fatte, tornare a ridividersi, come dice Bettini immaginando la politica come un banale gioco di strategia, come un Risiko, come un teatrino: “Monte” da una parte e “Zemolo” dall’altra, appunto. E chi s’è visto s’è visto.

PS Lo penso ma non lo dico: e se tutto questo complesso ragionamento bettiniano servisse solo a “rottamare” Bersani? Io non ci voglio credere, e voi?

Nella foto, il premier Montezemolo nel corso di un approfondito dibattito politico


7 ottobre 2010

I risentiti /2

 

Che c’entra Montezemolo? Dico, che c’entra con l’obiettivo di rilanciare la sinistra, magari la politica stessa, e avviare una nuova fase di governo democratico nel nostro Paese? A me pare l’ennesima abdicazione, nulla più. L’ennesimo segno di debolezza. L’ultima propaggine di una stagione nata con tangentopoli che reclamava la morte della politica e l’avvento finalmente della mitica “società civile” (o di quello che si intende con questa parola). Il cui effetto principale è stato l’estesa diffusione dell’antipolitica, la morte lenta del Parlamento, il populismo d’accatto che ci governa (e non solo). Lo diceva bene Manzella ieri, su Repubblica: Berlusconi, ma non solo lui a questo punto, conferma la “sua incapacità di capire le due cose ancora fondamentali nella democrazia dei moderni: il partito, il Parlamento”.

Il Papa straniero è una richiesta passatista. Vuol dire che si è ancora fermi alle recriminazioni degli anni novanta, alla valanga di avvisi di garanzia e condanne che hanno spezzato in due una classe dirigente. Non credo che Bettini sia un antipolitico, vedi un po'! Ma la sua proposta si radica testardamente lì, in quella fase che coincideva con la caduta della Prima Repubblica, mentre oggi serve altro, uno scatto che ci conduca al ripristino di certi equilibri schiettamente politici. La società civile (o cos’altro) non ha il compito di surrogare la politica, di occupare le assemblee elettive, di trasformare scelte complesse in scorciatoie mediatiche. Le figure sociali hanno il compito di avanzare istanze, manifestare bisogni, esercitare pressioni, fare movimenti e contribuire al rinnovamento della politica e delle istituzioni. Il resto è fuori luogo. Sarà per questa confusione che oggi gli avvocati e gli imprenditori fanno i partiti, e i politici alla Veltroni fanno i movimenti. Che tempi.

A meno che. A meno che Bettini "sventoli" Montezemolo per fermare, a costo di sfasciare ogni ipotesi di rilancio politico (nel senso di Manzella), il povero Bersani e la sua legittima aspirazione di rappresentare il PD alle primarie e il centrosinistra alle politiche ormai prossime. Sarebbe veramente disdicevole. Una specie di zampata che fa il paio con quelle veltroniane dei giorni scorsi. Una sorta di uno-due. Un rigurgito di risentimento personale. Niente di nuovo sotto il sole, d’accordo, ma che tristezza.

Nella foto, D'Alema e Bettini quando l_antonio era giovane.


18 maggio 2010

La politica del guscio

 

Il re va denudato. È il compito essenziale di ogni opposizione seria, di sinistra in particolare. Che vuol dire “denudare il re”? Vuol dire farlo apparire per quel che è, nei suoi limiti, nella sua vulnerabilità, nelle sue contraddizioni e, persino, nel linguaggio che usa, smascherandone ogni menzogna e connotazione ideologica. E invece accade che, in Italia, ci sia a sinistra chi ne abbia integralmente accettato lingua e mezzi e, invece di denudare il re, tenti di “vestirsi” come lui, indossandone la maschera nella versione “di sinistra” nel tentativo ingenuo (e anche un po’ sciocco, dal punto di vista politico) di batterlo sul suo stesso terreno.

Non solo. Si sposa il modello di cui è vestito il re, proprio quando il modello stesso appare in crisi! Doppia ingenuità. Si tiene in vita il modello, in sostanza, e lo si reinterpreta, diventando in pratica dei “carnefici” di se stessi, della propria identità e della propria capacità di innovazione e di critica effettiva.

Si può invocare allo scopo un “papa straniero” (l’ennesima espressione della società civile), oppure un ticket filmico-poetico, molto capace nella narrazione e nella suggestione mediatica, con l’eventualità non remota che magari si vinca pure. Il problema è il poi. Saranno capaci i nostri due dioscuri a riconvertirsi d’amblais alla politica, a governo conquistato? Soprattutto se essi sono espressione della crisi più nera della politica mai vista in Italia? E se assurgono al Soglio perturbati dagli orizzonti mediatici e non, invece, coinvolti nei programmi di governo e pronti alla doverosa noia istituzionale?

Da bravi imitatori del modello originale berlusconiano, potrebbero essere costretti a campagne elettorali continue, a promesse sempre più grandi e insuperabili, a conflitti personali e mediatici ineguagliabili. Sino a esigere, a un certo momento, il totale consenso del partito, sino a chiedere di essere considerata una leadership forte, osannata, divinizzata, idolatrata. Santi subito, vertici ineguagliabili, sommità inconcusse per folle mediatiche vocianti. Esito quasi obbligato dalla logica del modello sposato.

Perché il punto vero è questo. Alla crisi della politica i “narratori” rispondono con una politica intesa solo come consenso, come risposta sempre positiva alle richieste della gggente, come concordanza (idem sentire, direbbe Bossi) tra capo e popolo legati da un unico patto d’acciaio. E invece la politica, la grande politica, è dissenso, critica, rottura del guscio ideologico. È dire "no", non sempre "si". Perché dietro al “no” si nasconde un programma di governo che attende di essere giudicato dai cittadini alla normale scadenza elettorale. Mentre dietro al “si” consensuale c’è solo la bramosia di potere, lo scranno, la poltrona. Anzi, il Trono.


2 aprile 2010

Giovani leoni


Non so se l’avete notato. Non solo abbiamo saltato l’analisi del voto per giungere subito alle conclusioni (abbiamo perso, ergo Bersani si dimetta – ma non subito, perché prima dobbiamo scannarci nella scelta del successore, please). In realtà, siamo già in piena campagna per le primarie.

Vendola si è iscritto alla gara a urne ancora fumanti, seppellendo i partiti peraltro. Renzi non ha atteso un attimo in più, colpendo a freddo Zingaretti, prima ancora che questi tirasse su la testa dalle tabelle elettorali. Zingaretti ha risposto per le rime (e ha fatto bene, bravo Nicola), dimostrando di essere combattivo al punto giusto. Manca all’appello Civati (l’eterno prossimo segretario del PD), ma vedrete che prima o poi salterà fuori (magari al momento giusto, facendo prima bruciare i contendenti meno dotati tatticamente e più impulsivi). Ezio Mauro ha già detto che serve un Papa straniero: in sostanza un altro Prodi, forse Saviano, oppure un De Benedetti, perché no, così la partita con il Cav. è completa, davvero a carte scoperte. La Serracchiani ovviamente è iscritta di ufficio. E Bersani? Vecchio, stantìo, non è un leader, non ha carisma, non è un comunicatore, è subordinato a D’Alema (aaargh!) e poi parla troppo di politica, ecchepalle! “Serve un leader, un vincente, uno giovane, uno tosto, uno che ascolta buona musica, altro che Sanremo, e che soprattutto parli al cuore della gggente!”, urlano sulla Rete. E la Rete, si sa, è Verbo. Grillo dixit (e ho detto tutto).

Tutto questo “velocizzare” è perché bisogna anticipare le mosse, bisogna fare politica in tempo reale, stare sul pezzo, commentare i post al volo, muovere le cose, agitarsi nei flash mob o negli “aperitivi rivoluzionari”! Guai a chi perde tempo in analisi, valutazioni, esami. Roba vecchia rispetto alla poesia. Oggi è il momento delle grandi decisioni irrevocabili, del plebiscito, dell’acclamazione, della inno al nuovo Capo della sinistra che dovrà battersi con l’altro Capo, quello della destra. Possibile non capiate, retrogradi e comunisti che non siete? Che ne sapete voi della post-politica? Nulla, appunto, perciò andatevi a riporre in qualche libro.


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